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Studi e dati dello Sport
LGBTQ+ e sport: il divario persiste
Anno di pubblicazione:
2026Autore:
ACON's Pride Inclusion Programs (Australia)Tematiche:
LGBTQ+ Salute e prevenzione Sistema sportivo Violenza e discriminazioni Parità di genere Politiche Sportive Diversità e Inclusione
Negli ultimi anni il mondo dello sport ha compiuto passi importanti verso una maggiore inclusione, ma il quadro che emerge dall’ultima Pride in Sport Index National Survey 2025 racconta una realtà più complessa: mentre le politiche migliorano, il benessere percepito delle persone LGBTQ+ sta diminuendo. È una fotografia lucida e preziosa, perché indica dove i progressi sono reali e dove invece il sistema sportivo deve ancora cambiare.
1. LA SURVEY: METODOLOGIA E PARTECIPANTI
Il Pride in Sport Index National Survey e uno strumento di rilevazione unico nel suo genere: non si limita alle grandi organizzazioni sportive nazionali, ma include club, associazioni di base, federazioni, università sportive e organizzazioni di ogni livello. I rispondenti spaziano da dipendenti retribuiti a volontari, atleti, arbitri, giudici di gara e genitori. Questa copertura ampia rende il PSI uno dei più completi strumenti di misurazione del clima di inclusione nel mondo dello sport.
DATI CHIAVE DELLA SURVEY 2025
- 901 risposte totali da 26 organizzazioni e club sportivi partecipanti (7a edizione)
- Provenienza geografica:
- NSW 40,6%
- Victoria 23,0%
- Queensland 15,2%
- Tipologia:
- 51,4% dipendenti retribuiti
- 18,8% volontari
- 29,9% altri ruoli
- 21,4% dei rispondenti si identifica come LGBTQ+
- 3,7% come trans e/o gender-diverse
- Fascia d’età più rappresentata: 25-34 anni (24,5%)
Questi dati indicano una base di rispondenti sempre più intersezionale, dove l'inclusione LGBTQ+ si intreccia con molteplici dimensioni identitarie.
2. INCLUSIONE: UN VALORE RICONOSCIUTO, MA SEMPRE MENO CONDIVISO
Se da un lato l’84% degli intervistati considera importante includere pienamente le persone LGBTQ+, dall’altro questo dato è in calo rispetto agli anni precedenti.
Eppure, sul piano organizzativo, il movimento sportivo sembra più consapevole:
- crescono i segnali visibili di supporto LGBTQ+ (82,1%, +11 punti rispetto all’anno precedente);
- aumentano le comunicazioni interne e le dichiarazioni positive dei leader;
- migliora l’accesso alla formazione sull’inclusione.
Tuttavia, questi progressi non bastano a controbilanciare un dato molto più delicato: la percezione di essere davvero benvenuti sta peggiorando, soprattutto per le persone trans e gender-diverse.
3. IL VERO NODO: IL BENESSERE
La survey elabora uno score di benessere su una scala da 1 a 5. Le persone non-LGBTQ+ ottengono un valore medio di 4,38, mentre le persone LGBTQ+ scendono a 4,23. Il divario aumenta quando entra in gioco anche l’identità di genere: per chi vive esperienze legate al genere, il punteggio cala drasticamente.
Il quadro diventa ancora più chiaro analizzando i singoli aspetti della vita sportiva:
- sentirsi mentalmente bene mostra il gap più ampio,
- seguono il senso di appartenenza, la libertà di essere sé stessi e il livello di coinvolgimento,
- perfino la produttività percepita risulta inferiore.
Sono differenze sottili ma costanti, che influenzano ogni giorno la sicurezza psicologica delle persone LGBTQ+.
Fig. 1 – Score di benessere lavorativo medio, divario LGBTQ+ vs non-LGBTQ+ e andamento dell'allyship 2023-2025. Fonte: PSI National Survey 2025, Pride in Sport / ACON
Bullismo e molestie: chi vede, chi reagisce
Gli episodi gravi sono minoritari, ma cresce la quota di chi assiste a comportamenti scorretti o commenti inappropriati. Ancora più significativo è il calo delle segnalazioni: nel 2025 solo un terzo di chi assiste a comportamenti negativi decide di intervenire. Una cultura del silenzio che, di fatto, isola chi subisce discriminazione.
Allyship: molti alleati, poca azione
A differenza del semplice “supporto”, che può essere passivo, l’allyship implica azione, visibilità e responsabilità.
Quasi la metà dei partecipanti si considera un alleato delle persone LGBTQ+. Tuttavia, la maggior parte rimane un alleato “passivo”, sostenendo il principio dell’inclusione senza impegnarsi attivamente per renderla concreta. Le motivazioni più frequenti? Mancanza di tempo, mancanza di interesse personale o conflitti con valori individuali.
Al contrario, tra le persone LGBTQ+ la percentuale di ally attivi è altissima, segno che chi vive in prima persona la necessità di inclusione tende anche a farsene promotore.
Cosa significa tutto questo per lo sport italiano
Sebbene il PSI sia australiano, le dinamiche che descrive sono valide ovunque. Anche in Italia il mondo dello sport possiede regolamenti generali su etica e comportamento, ma senza strumenti chiari dedicati all’inclusione LGBTQ+. Un modello come il PSI potrebbe guidare federazioni, società e associazioni verso pratiche più concrete, attraverso:
- formazione obbligatoria per dirigenti e staff,
- sistemi di segnalazione trasparenti,
- leadership che parli apertamente di inclusione,
- monitoraggio costante del clima interno.
In conclusione, il messaggio principale del rapporto è semplice e potente: le politiche non bastano se non diventano comportamenti. Lo sport può essere un luogo straordinario di emancipazione, appartenenza e libertà — ma solo se chi lo guida sceglie ogni giorno di renderlo davvero sicuro per tutte le persone LGBTQ+.
