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Studi e dati dello Sport
Sport e inclusione dei migranti: costruire comunità in campo
Anno di pubblicazione:
2026Autore:
Migration Policy InstituteTematiche:
Salute e prevenzione Sistema sportivo Impatto sociale Bambini e ragazzi Stili di vita
Il Migration Policy Institute (MPI) ha pubblicato nel 2025 una ricerca approfondita sul ruolo dello sport come strumento di integrazione dei migranti, con un focus su politiche nazionali e programmi locali in Europa, Nord America e Oceania.
L’articolo include casi e politiche adottate in Paesi europei come Paesi Bassi, Germania, Svezia, dai quali emergono indicazioni utili anche per il contesto italiano.
L’indagine MPI individua tre motivi principali:
- Linguaggio universale – sul campo le barriere linguistiche diminuiscono e aumentano le interazioni paritarie.
- Regolarità e routine – allenamenti e attività periodiche generano stabilità, fondamentale per persone che hanno vissuto interruzioni traumatiche.
- Visibilità e narrazione pubblica – lo sport produce storie positive, replicabili, che possono migliorare la percezione sociale dei migranti.
MPI sottolinea però che “lo sport non è automaticamente inclusivo”, infatti l’esito dipende dalla qualità del progetto e dall’approccio politico adottato.
La ricerca distingue tre modelli di integrazione attraverso lo sport, ognuno con vantaggi e limiti.
a) Assimilazione
Lo sport come strumento per trasmettere le regole e i valori del Paese ospitante.
Rischio: modello unidirezionale, poco attento alle barriere culturali o materiali.
b) Multiculturalismo
Coesistenza di pratiche culturali diverse.
Rischio: gruppi separati, poca connessione tra migranti e comunità locali.
c) Interculturalità
Coprogettazione, adattamento reciproco, regole condivise costruite insieme.
È il modello che MPI collega agli esiti più duraturi in termini di inclusione, partecipazione e riduzione delle tensioni.
MODELLI DI INTEGRAZIONE TRAMITE LO SPORT
Fonte: elaborazione grafico Sport e Salute Spa
COSA FANNO I PAESI EUROPEI
MPI passa in rassegna policy e pratiche in più contesti, con focus sull’ Europa occidentale e settentrionale:
- Paesi Bassi: sostegno finanziario e infrastrutturale a reti locali di club e associazioni per progetti di integrazione via sport; attenzione a monitoraggio e qualità formativa di allenatori e tutor.
- Germania: obiettivi di partecipazione inseriti nelle strategie sportive e giovanili; programmi mirati per adolescenti rifugiati con componenti di supporto psicosociale e apprendimento linguistico.
- Svezia: integrazione degli obiettivi sportivi con politiche di coesione territoriale; spazi, trasporti e pari opportunità di genere come leve trasversali.
La letteratura evidenzia che i migliori risultati emergono quando i programmi sono coprogettati con le comunità migranti, prevedono training specifici su trauma e mediazione culturale per allenatori/educatori, e offrono sostegni materiali (tesseramenti, trasporti, kit) per garantire la continuità oltre la fase di progetto.
I GIOVANI RIFUGIATI: PERCHÉ SONO UNA PRIORITÀ
MPI dedica un focus speciale agli adolescenti rifugiati:
- lo sport aumenta autostima, senso di appartenenza, competenze sociali e linguistiche;
- riduce ansia e isolamento, soprattutto dopo lunghi percorsi migratori;
- funziona meglio se integrato con la scuola, tutoraggio e coinvolgimento familiare.
I punti chiave sono: routine, spazi sicuri, coaching formato, mentoring tra pari.
L’articolo del MPI mostra che lo sport non è automaticamente inclusivo, ma può diventarlo se progettato e valutato in chiave interculturale. Le esperienze europee indicano che le politiche nazionali più efficaci sono quelle che abilitano reti locali, semplificano l’accesso e investono in competenze e monitoraggio. Per l’Italia, la sfida è trasformare i tanti progetti pilota in infrastrutture sociali stabili, con regole condivise e indicatori comuni, affinché il campo di gioco diventi davvero un luogo di cittadinanza.
